Assetati di Bellezza e Infinito

ottovolante accoeventi accoE’ ormai noto l’interesse di A.C.C.O. per Gino Grimaldi, le cui opere decorano la chiesa di S Maria Addolorata e l’Oratorio di S Lorenzo, a Cogoleto. Tale interesse si è concretizzato in una serie di iniziative, nel corso degli ultimi anni, a partire dalla mostra “I colori dell’arte nell’ombra della follia“, per arrivare allo spettacolo teatrale “Addio mia Arte” e infine all’ elaborazione del sito web www.ginogrimaldi.com. Ci sembra perciò doveroso inaugurare questa serie di pubblicazioni con un pezzo riguardante Grimaldi, che ancora non smette di entusiasmarci. Vorremo però questa volta dedicarci ad un altro aspetto del suo talento, che travalica la pittura, sebbene sia accomunato ad essa dalla stessa passione e dalla stessa raffinatezza, quello riguardante Grimaldi scrittore e giornalista, che grazie alla propria vasta cultura e all’attitudine nel comporre, alla prosa ricca, permeata spesso da toni aulici, fu in grado di spaziare dalla stesura di racconti e novelle all’elaborazione di brani di critica d’arte e letteraria, che rivelano molti aspetti della sua concezione dell’arte, della vita, nonché della sua personalità, ma che anche sono legati alle problematiche sociali e politiche del suo tempo. Le circostanze in cui egli dimostrò il suo valore in questo campo sottolineano, peraltro, anche il suo coraggio e l’impegno in tempi drammatici e pericolosi. Egli infatti prestò la sua opera volontaria per il giornale socialista “Il Lavoratore comasco“, (poiché pur essendo originario di Bergamo, risiedette per un periodo a Como), pubblicando una serie di articoli e racconti, fra il 1918 e il 1922, quando la libertà di stampa e di espressione erano ormai compromesse dalle azioni fasciste. Non a caso, alcuni dei suoi articoli vennero firmati con uno pseudonimo (così come erano soliti fare anche altri giornalisti e scrittori), proprio al fine di proteggersi da eventuali punizioni e vendette squadriste.

GiuseppePellizza

Pellizza da Volpedo

Ci riferiremo ad una pubblicazione del 1922, un elogio che Grimaldi scrisse in onore del grande pittore Pellizza da Volpedo, in seguito ad un  gravissimo atto di violenza compiuto da una squadra fascista a Vedano Olona. Durante un’incursione nella Casa del Popolo del paesino di Vedano Olona, infatti, un gruppo di fascisti commise una serie di atti vandalici fra cui la distruzione di una riproduzione del quadro di Pellizza da Volpedo, “Il quarto stato“. Riportiamo la premessa scritta dalla redazione del giornale in cui si riassume l’accaduto e si presenta l’autore dell’articolo come Abate Grimm, pseudonimo per l’appunto scelto da Gino Grimaldi:
A Vedano Olona, lo sforzo proletario aveva costruito una magnifica Casa del Popolo, nel quale otre alla biblioteca, alla sala di lettura, al circolo, vi era anche un grandioso teatro. Questo teatro era l’orgoglio dei lavoratori di Vedano e il bocca scena aveva un bellissimo sipario su cui era dipinta una magnifica riproduzione del celebre quadro di Pellizza da Volpedo, il Quarto Stato. Nelle eroiche giornate fasciste gli squadristi calati a Vedano entrarono nel bel teatro e dopo aver rovinato alcune scene portarono via e forse bruciarono il magnifico sipario. Il nostro valoroso collaboratore Abate Grimm, che intende far conoscere ai nostri lettori operai le bellezze dell’arte e che al Lavoratore dà l’opera sua disinteressata, ha voluto ricordare Pellizza da Volpedo in questa occasione in cui gli squadristi di Vedano hanno compiuto l’opera loro distruttrice d’una copia del capolavoro pellizziano.
(…) (N.D.R.)”

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Gino Grimaldi

Grimaldi viene dunque definito come un “valoroso collaboratore” che intende diffondere la conoscenza dell’arte fra gli operai, fra coloro che, provenendo da famiglie povere, non hanno avuto la possibilità di farsi un’istruzione e quindi di accedere a questo bene. Si intuisce qui un concetto molto importante: quello di arte come arricchimento, che non debba essere esclusivo appannaggio di pochi, ma un bene comune, perché fonte, oltre che di elevazione spirituale, anche di conoscenza e quindi di libertà per il popolo, concetto su cui Grimaldi insiste in un altro articolo, scritto in memoria di Henri Barbusse. L’artista a cui si riferisce ora è invece Pellizza da Volpedo, le cui opere divennero presto un simbolo delle lotte compiute dagli umili per la rivendicazione dei loro diritti.
Ma veniamo alle parti a nostro avviso più significative dell’articolo redatto da Gino Grimaldi (Abate Grimm) e intitolato per l’appunto “Pellizza da Volpedo”. Grimaldi scrive:
E veramente Pellizza, più che un grande pittore fu un grande poeta del pennello ed un narratore appassionato della vita dei poveri, dei contadini e degli umili. Dei grandi pittori non ebbe la forza, la veemenza, la febbre, la rapidità e lo slancio potente, neppure ebbe la sintetica, larga, succosa pennellata  che magicamente sa adombrare o lumeggiare con pochi tocchi una scena come in una seconda o più smagliante natura. L’arte sua fu diversa e fu l’arte forse del più grande pittore pensatore che sia mai apparso sul finire dello scorso secolo. Tecnicamente egli si riallaccia un po’ a Morbelli per il puntinismo ed ora a Segantini, di cui conobbe l’amicizia, ma la sua arte è più pensosa, direi quasi più mistica. Mistico infatti egli lo fu per natura, sebbene non credente: mistico e assetato di bellezza e di infinito come furono le grandi anime di Beethoveen e di Wagner. (…) Egli ha saputo infondere nelle sue opere non il crudo vero, accademico o verista, ma l’anima immacolata delle cose (…) Egli è mistico per natura come solo lo sanno essere le creature sovrane e privilegiate dell’arte, adoratrici dei fascini della bellezza, sognatrici, fantasiose ed amanti della solitudine. Ed infatti come Beethoveen o Grubicy nessuno più di lui, anima dolce e dotta fu solitario e ricercatore di quiete e di silenzio. Questo bisogno potente e formidabile che è carattere peculiare dei più vasti spiriti, da Ghoete a Foscolo, da Schopenhauer a Shakespeare è in lui divenuto come in Leopardi, quasi una necessità di vita e una seconda natura. Egli ha ormai bisogno del suo romitaggio, come Rousseau, perchè l’anima che crea deve riguardarsi ed interrogarsi e non deve essere turbata dal profano rumore delle genti. Egli ha bisogno di appartarsi dalle vanità mondane come un cenobita per maturare nel silenzio e nel mistero il sacro fuoco dell’ispirazione e dell’arte.

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Quarto Stato – Pellizza da Volpedo

Considerando la sensibilità e il coinvolgimento con cui Grimaldi ci parla di Pellizza, siamo necessariamente portati a pensare a una probabile identificazione da parte del nostro nella figura del più noto pittore ottocentesco, il cui stile, peraltro, si differenziava molto da quello di Grimaldi, caratterizzato da un cromatismo denso, vivacissimo e sensuale, quindi distante dal colore di Pellizza, definito qui come “fine, sebbene un po’ esangue“, perchè destinato alla rappresentazione della nobile stanchezza dei poveri. Ma se lo stile di Grimaldi non ha nulla a che vedere con quello di Pellizza, dai suoi scritti, intuiamo, invece, che simili dovevano essere alcuni tratti delle loro personalità e alcuni fermi principi. Assetati di bellezza e di infinito lo erano certamente entrambi, amanti dell’arte universale, intesa in tutte le sue forme. L’arte accomunata alla filosofia da importanti elementi come la necessità di interrogarsi e di preservarsi dal rumore mondano, per rimanere pura: Pellizza scelse di ritirarsi a vivere nella piccola, quieta Volpedo, distante dai grandi centri; Grimaldi, che per un periodo visse a Venezia, evidentemente attratto dal fervore della città, ne fu tuttavia sconfitto e deluso, poiché fu proprio a Venezia che visse il suo primo internamento al manicomio di San Servolo e diede inizio a un lungo periodo di isolamento dal mondo esterno, in un luogo, il manicomio, per l’appunto, che fu sia prigione che rifugio, un ritiro forzato in un primo momento, ma alla fine scelto, quando si presentò spontaneamente ai medici dell’ospedale psichiatrico di Mombello, chiedendo di rientrare, poiché in quell’istituto gli era permesso dipingere.

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Deposizione – Gino Grimaldi

Mistici, anche se in modo del tutto diverso. Pellizza lo fu in opere come “Il sole” o “Girotondo”, Grimaldi lo è quando la sua Arte si avvale della teosofia per rappresentare concetti che travalicano la realtà materiale.
Entrambi furono certamente amanti del silenzio come elemento necessario al nutrimento dell’anima e della mente. Grimaldi ci porta a immaginare Pellizza nelle sue camminate solitarie fra i sentieri di campagna  a Volpedo, parimenti noi pensiamo a lui, nella quiete del suo piccolo studio affittato con grandi sacrifici a Como o alle sue passeggiate alla ricerca degli scorci più belli sul lago (come Grimaldi stesso racconta in un’ altra circostanza che vi illustreremo se ne avremo l’occasione). Grimaldi che fugge il rumore, rumore inteso sia in senso metaforico che reale. E pensiamo anche, non senza commozione, a quanta sofferenza gli avranno indubbiamente arrecato i clamori provenienti dalle camere di isolamento, emessi dagli sfortunati degenti dei reparti più agitati.
Ma proseguiamo nella lettura dell’elogio dedicato a Pellizza da Volpedo:
“E ch’egli fosse veramente uno spirito altamente meditativo lo provano tutte le sue opere, disparate di tecnica, ma soffuse tutte da un potente soffio animatore di immortale poesia, ispirata e nutrita dal dolore; umana quindi e grande! E guai se egli si attarda a dipingere lo squallore invernale, quello delle rocce atunnali o la caduta delle foglie morte o le bianche fanciulle nelle processioni campagnole (…) e riguardando i suoi quadri terribilmente tristi si soffre come riudendo Wally o leggendo i canti più sconsolati di Leopardi!
La tristezza è un doloroso dono congiunto all’intelligenza e negata ai bruti. (…) Che dunque stupirci se questa tristezza sconsolata e misteriosa albergò sempre nelle anime più appassionate e geniali! Tuttavia egli non fu misantropo come Schopenhauer o Rousseau, conobbe la gioia della famiglia ed il placido sorriso della sua campagna(…) Ma egli che pur conobbe la povertà e gli stenti si mantenne quieto, appartato e rassegnato (…) e la sua tristezza grande e infinita come la natura, morbosa, sconsolata, fu appunto quella che formò lo stile alto, profondo e personale della sua Arte, precismente come nel caso di Leopardi.

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Mondine – Pellizza da Volpedo

Gli stenti, la tristezza, il dolore, Leopardi: ecco che scrivendo di Pellizza, Grimaldi utilizza ulteriori parole chiave che caratterizzano la sua propria “poetica” e la sua vita; egli che, presto, viene portato dalla sorte a conoscere la sofferenza derivante dalla prematura scomparsa della madre e dalla drammatica fine del padre (morto, così come avverrà a lui, in manicomio), nonché il rifiuto della sorella, la quale mai si curò di suo fratello, poiché, a suo dire, fin da piccolo, era stato “il grattacapo dei genitori”; il dolore che prova nell’impossibilità di dimostrare il proprio talento, poiché la sua malattia lo induce a relegarsi, fin dagli anni giovanili, entro le mura di un manicomio, ma anche quello derivante da una sessualità tormentata da impulsi omoerotici, che, per la società del tempo, erano considerati criminali; gli stenti che Grimaldi patisce, una volta solo al mondo, non essendo in grado di mantenersi con il lavoro di pittore e mancando evidentemente di senso degli affari e di parsimonia; la tristezza derivante da un’indole tendente per natura alla malinconia (come si evince dalla lettura della sua cartella  clinica, alternata a momentanei slanci di euforia ancor più pericolosi, perché sempre seguiti dalla ricaduta nella depressione) e infine il conforto trovato nella lettura di Leopardi, nel concetto romantico del dolore che nobilita l’animo, ma soprattutto nell’idea consolatoria che “la tristezza sia un doloroso dono congiunto all’intelligenza e negata ai bruti“. Non a caso, quando si presenta spontaneamente al manicomio di Mombello per il suo ennesimo ricovero, Grimaldi reca fra le sue poche cose un libro di Leopardi.
Torniamo alle parole che egli adoperò per descrivere il grande pittore piemontese:
Non si può, nominando Pellizza da Volpedo, non nominare il nutrito capolavoro dell’arte sua e della sua fede. Vastissimo, michelangiolesco quadro, dove i personaggi, più grandi del vero, avanzarono con la serenità degli apostoli, sicuri e terribili per un ideale profondo ed umano di giustizia e di bontà. Arte seria e pensosa questa che non solo narra ma esorta che non si curva alle novità passeggere della moda od ai gusti volgari dei parvenus o alle critiche prezzolate, ma crea invece l’arte per l’arte con l’austerità e la fede di un esteta votato ad un alto ideaale di bellezza e di bellezza etica.
Ritorna il concetto di “bellezza etica”, non votata esclusivamente al “piacere” (e non a caso utilizziamo la parola che costituisce il titolo della più celebre opera dannunziana), ma anch’essa portatrice di valori morali e sociali.
Giungiamo così alla conclusione dell’omaggio fatto da Grimaldi all’illustre Pellizza.

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Particolari dipinti di Gino Grimaldi

Eppure il grande artista che ad un tratto si sentì soffocare per l’angoscia della morte della moglie ed all’alba del 14 giugno 1907 si uccise sulla porta dello studio, mostra purtroppo fino a qual punto la sua anima tenera e squisita non abbia saputo reggere al fato avverso ed egli ci mancò per sempre. (…)
Ancora un triste elemento di vicinanza fra i due artisti, cioè il proposito del suicidio che li riguardò entrambi. Proposito che trovò purtroppo compimento nel caso di Pellizza e che invece venne sventato per Grimaldi, il quale, anni dopo la stesura di questo articolo, tenterà invano di togliersi la vita, a Genova, per poi essere ricoverato all’Ospedale di S Martino e trasferito subito dopo al manicomio di Cogoleto.
Ecco dunque che Grimaldi, inconsapevolmente (o forse assai consapevolmente?) scrivendo di Pellizza da Volpedo, rivela anche molto di sé, della sua concezione dell’arte e della vita.
Vorrei concludere con una nota di carattere personale. Dopo la lettura dell’articolo su Pellizza scritto da Grimaldi, ho sentito la necessità di recarmi a Volpedo, che ho la fortuna di avere a pochi chilometri di distanza dal mio luogo di residenza. Volpedo è un paesino di campagna che ancora resiste mirabilmente allo scorrere inesorabile del tempo, che cerca di preservare intatti alcuni di quei panorami che costituirono il soggetto di molti dei dipinti dell’illustre pittore a cui il paese diede i natali e che oggi è reso speciale proprio dalla presenza del suo atelier, così ben conservato.
Immergendomi nell’arte di Pellizza, cosa che ho potuto fare semplicemente camminando per le vie del paese, dal momento che Volpedo è una sorta di museo a cielo aperto, poiché a ogni angolo di strada, si può dire, vi si trovano stampe di molti suoi capolavori, legati al territorio e al panorama circostante, commuovendomi di fronte al Girotondo, al Fienile, alla Processione…….mi pareva al contempo di avvicinarmi maggiormente anche a  Grimaldi, di cogliere qualcosa in più della sua affascinante personalità, poiché poco importano la fama e la quantità degli studi che li riguardano. I grandi artisti sono accomunati da affinità elettive che sarà facile cogliere, aiutati dal silenzio di poche ore trascorse lontano dalla vanità del mondo.

Novella Limite

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